La
dicitura Mp3 sta per MPEG Audio Layer 3
e si riferisce ad un formato di compressione dei file
audio digitale, cioè un sistema di codifica che
permette di ridurre drasticamente le dimensioni di un
file audio e di rendere il loro peso in byte molto più
leggero e dunque più facilmente trasmissibile
da un computer all'altro.
La possibilità di comprimere dati è
l'anima, se non del digitale tout court, certo della
rete e più in generale di tutti i media che sul
digitale si basano. È solo grazie alla compressione,
infatti, che diventa possibile inviare e ricevere da
un terminale all'altro file anche molto pesanti (basti
pensare ai file immagine) senza essere costretti ad
attendere tempi biblici di invio e di ricezione, data
anche la ristrettezza della banda di trasmissione attualmente
disponibile.
Ma che cosa significa, esattamente, comprimere file?
Significa ridurre il numero di bit di informazione necessari
a descrivere un certo contenuto in modo da limitare
lo spazio necessario a custodirlo in memoria o il tempo
per trasmetterlo online. "Tecnicamente" ciò
avviene facendo passare un file attraverso un determinato
software basato su un certo algoritmo (vale a dire una
sequenza di istruzioni che permette di giungere a un
risultato desiderato in un numero finito di passi) in
modo che il file, all'uscita, si presenti di dimensioni
ridotte rispetto alla partenza. E' questo il compito
specifico, tanto per capirci, di un programma come Winzip,
forse il software di compressione e decompressione più
diffuso al mondo.
I metodi di compressione fondamentali sono tre:
- lossless (senza perdita d'informazioni);
- transparent (con perdita di informazioni
quasi impercettibile);
- lossy (con perdita d'informazioni
percepibile);
mentre le tecniche di compressione vere e proprie sono
più numerose e variano a seconda delle esigenze.
Qui basti dire che, per quanto riguarda immagini e riprese
audio-video, senza comprimere i dati tanto la memorizzazione
quanto la trasmissione risulterebbero quasi sempre improponibili.
In linea di massima, comprimere un file vuol dire eliminare
tutte le componenti non essenziali (o ridondanti), tentando
però di mantenere il più possibile inalterata
la qualità originaria utilizzando a questo scopo
i metodi più opportuni: ad esempio, nella cosiddetta
"codifica entropica", codificando i simboli
più frequenti con meno bit degli altri, oppure,
nella tecnica nota come "Run Length Encoding",
sfruttando il fatto che in un'immagine alcuni pixel
spesso si ripetono identici al suo interno, ecc.
Questo per quanto riguarda dati e immagini,
ma com'è possibile comprimere un suono? Per i
dati e le immagini, infatti, i problemi sono senza dubbio
minori, visto che si tratta di entità molto più
stabili, lontanissime dalla estrema variabilità
dei segnali audio.
Il modello teorico di codifica audio MPEG Audio Layer
3 fu messo a punto dal gruppo di lavoro MPEG
(Moving Picture Expert Group), nato da un'idea
dell'ingegner Leonardo Chiariglione del Cselt di Torino
(gruppo Telecom Italia), in collaborazion con il Fraunhofer
Institut Integrierte Schaltungen e Thomson Multimedia.
Esso si basa sulla constatazione che, se è vero
che la banda passante del'orecchio umano si estende
da 20 Hz a 20 KHz, è altrettanto vero che l'orecchio
umano, di fatto, percepisce meglio la gamma media delle
frequenze, da 700 a 6.000 Hz. In più, questa
stessa capacità percettiva varia col variare
dell'intensità del segnale: più il livello
sonoro è basso, più la differenza tra
banda media ed estremi si amplia, vale a dire che se
questi ultimi vengono eliminati l'orecchio umano non
se ne accorge, o quasi. Infine, per lo stesso principio,
quando vengono inviati all'orecchio due segnali di frequenze
vicine ma di diversa intensità, il segnale di
intensità minore non viene percepito (effetto
di mascheramento) e dunque può essere "tagliato"
senza perdite significative.


La tecnologia Mp3 sfrutta a suo vantaggio
tutti questi fenomeni, tagliando il tagliabile e così
riducendo il peso dei file anche di un fattore 12, cioè
rendendolo 12 volte più leggero.
Vincenzo Landi scrive su "Internet News":
«Dunque, l'algoritmo di compressione che costituisce
il cuore di un encoder funziona così: in primo
luogo sul segnale digitale (se è analogico viene
prima digitalizzato) viene effettuata un'operazione
detta FFT (Fast Fourier Transform)
che consente di poterlo trattare nel dominio delle frequenze
anziché in quello del tempo; poi lo si fa passare
attraverso un programma detto Modello Percettivo
che tiene conto delle caratteristiche di comportamento
dell'orecchio umano, dopodiché l'intera gamma
di frequenze audio, da 20 a 20.000 Hz, viene divisa
in 32 sottogamme di eguale ampiezza. In ognuna di esse
il segnale viene codificato con un numero di bit diverso
a seconda dell'importanza che viene attribuita a ogni
banda, ed è proprio questo il momento in cui
si eliminano i dati considerati ridondanti. Infine tutti
i dati codificati e le informazioni relative al canale
di provenienza sono uniti insieme a formare un unico
flusso costante di dati: nei passaggi in cui il livello
sonoro è elevato la banda audio viene riprodotta
quasi per intero, eliminando solo le frequenze più
gravi e più acute, mentre al diminuire del livello
la banda passante si restringe, essendo stata tagliata
a entrambi gli estremi per riportarla a valori più
vicini a quelli di centrobanda. Poco male: le frequenze
eliminate non sarebbero state comunque percepite, o
lo sarebbero state con difficoltà. L'algoritmo
di decodifica è più semplice: nel flusso
di dati codificati in Mp3 si separano le informazioni
musicali da quelle "di servizio", e da esse
si ricostruisce il segnale originale grazie alle informazioni
che il codificatore aveva inserito nel flusso di dati
Mp3».

Per convincersi dell'utilità
di tali, complesse procedure, basta fare un paio di
elementari considerazioni. Un secondo di segnale musicale
digitale non compresso richiede 176.400 byte. Allo stato
attuale, i modem più diffusi non superano la
velocità di 57.600 bit/s. Velocità tutta
teorica, tra l'altro, visto che molto di rado la rapidità
effettiva di download supera le poche migliaia di byte
al secondo. Immaginando una velocità media, e
molto verosimile, di 4 KB/s, per scaricare 4 minuti
di musica avremo bisogno di 10.584 secondi: circa tre
ore. Alla stessa velocità, un file in formato
Mp3 impiega grosso modo 15 minuti.
In realtà non esiste un solo
formato Mp3, ma molti. La differenza sta
- nella frequenza di campionamento (44.100
Hz oppure 24.000 Hz),
- nel fattore di compressione (da
4:1 a 14:1)
- nel bit rate, ovvero il numero
di kilobyte trasferiti al secondo.
Più aumenta la frequenza, più
diminuisce il tasso di compressione e più aumenta
la qualità, insieme ai tempi di download. Spetta
poi ad ogni singolo utente, e alla potenza delle sue
dotazioni tecnologiche, decidere quale sia la soluzione
migliore. Non è vero infatti che malgrado la
drastica riduzione delle dimensioni dei file la qualità
sonora resti invariata. Varia da Mp3 a Mp3 in ragione
dei fattori che abbiamo appena elencato, ed è
comunque sempre inferiore alla resa di brani audio codificati
linearmente (cioè non compressi). La differenza
è quasi impercettibile quando l'ascolto avviene
tramite scheda audio e casse di un computer oppure con
un player portatile con auricolari o cuffie, ma diventa
sensibile collegando il player a un impianto stereo
vero e proprio. In questo caso, l'assenza di alti e
bassi si farà sentire di sicuro e così
pure la mancanza del cosiddetto "sound
stage", l' effetto che ricrea una scena
d'ascolto il più possibile profonda e realistica.
I tentativi delle varie Sotware House di porre rimedio
a tali inconvenienti sono svariati, anche se a tutt'oggi
nessuno sembra in grado di colmare davvero il gap tra
"CD qualità" ed Mp3. Il che non vuol
certo dire negare la straordinaria utilità di
questo standard di compressione.
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